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Bottai minaccia il ritiro da un professionismo che non è più tale

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Scritto da L. Murru
domenica, 11 maggio 2014

In questi giorni Lenny Bottai (22-2, 9KO), la "mangusta" di Livorno ha dichiarato di essere prossimo ad appendere i guantoni al chiodo. In particolare colpisce quanto dichiarato sul sito www.senzasoste.it dopo l'intervista rilasciata a "IL TIRRENO", da quello che è un professionista italiano che ha da poco conquistato un titolo intercontinentale IBF. Un titolo abbastanza importante alle nostre latitudini, che come sottolineato dallo stesso Bottai concede addirittura l'ingresso nella relativa classifica mondiale di sigla. I temi sollevati dal 36enne labronico sono tanti e tutti sostanzialmente trovano riscontro nella realtà pugilistica italiana. Senza perderci troppo in "tecnicismi", dei quali la boxe professionistica è satura, cercheremo ora di mettere in evidenza alcuni dei temi affrontati dal nostro pugile. "Nostro" perché in Italia l'esempio del pubblico livornese, sempre molto attento e partecipe nei confronti della boxe, non è l'unico per fortuna.

Anticipiamo comunque che lo "sfogo" di Bottai, la sua "minaccia di ritiro", o meglio il suo "pensiero" arriva dopo tutta una serie di denunce da parte di altri pugili italiani nel tempo. Ricordiamo non più tardi di 3 anni fa la pubblica dichiarazione dell'allora campione italiano dei pesi medi Simone Rotolo, che dopo anni in cui si parlava senza precisione di quanto poco guadagnassero i pugili, parlò di cifre reali e comprensibili per tutti.

Prendendo spunto quindi dall'ultima intervista di Lenny Bottai elencheremo alcuni dei maggiori problemi del pugilato professionistico italiano.

 

 

1) L'esigua borsa dei pugili.

Si voglia per un motivo di poco organizzazione, o per un altro Bottai ha confermato sostanzialmente che i pugili italiani al giorno d'oggi devono accontentarsi di una borsa di circa 1.000 € a incontro. Nel qual caso vi sia di mezzo un match titolato ( Nazionale o Internazionale ) si arriva a risibili borse di 4.000 € netti, fatta eccezione per i titoli Europei dove la borsa sale ma neanche di molto.

 

Va da sé che un pugile che in genere può combattere con una frequenza massima di un incontro ogni due mesi, oltre alle mille difficoltà date da un calendario non sicuro si ritrova a fare i conti con un guadagno da "miseria". Già parliamo di guadagni e tornaconti visto che in teoria si parla di professionisti. Quello che è pure peggio è che nella boxe la BORSA dipenda da tutto tranne che dal risultato del match. Può dipendere dal fatto che il match venga trasmesso o meno in tv, o dal numero di spettatori paganti ma che i pugili coinvolti vincano o perdano non cambia niente. E questo oltre ad essere strano è pure poco incentivante a vincere per i collaudatori che vengono in Italia a prendersi anche meno di mille euro.

 

Quindi è facile capire come il gioco inizi a non valere la candela per i nostri professionisti, che grossomodo vanno avanti più per passione che altro.

Il brutto è che spesso queste cifre e questo sistema di borse POVERE e "a prescindere dal risultato" danneggia più che altro noi appassionati, costretti a vedere delle riunioni scadenti, dove si riescono ad ingaggiare solo dei "comprimari" per i quali vincere non significa altro che perdere l'occasione di essere richiamati in futuro per gonfiare il record del pugile casalingo.

 

2) Troppe sigle? Criteri di accesso alle classifiche "viziati".

Le sigle sono troppe ed è sempre più difficile spiegare al pubblico come esse funzionano. Tuttavia non è con questo che i professionisti italiani riscontrano i veri problemi.

Il loro principale problema, come sottolineato dallo stesso Bottai, è quello di come vengono redatte tali classifiche. E infatti talvolta succede che un manager riesca a strappare un accordo e il suo pugile spunti "miracolosamente" nei primi 20 dell'EBU per disputare un titolo UE piuttosto che l'europeo vero e proprio. ( Già i titoli continentali sono due per ogni categoria. Quello europeo assoluto EBU e quello fra pugili dell'UNIONE EUROPEA detto UE ).

 

In particolare Bottai denuncia il fatto che se non difenderà il suo titolo intercontinentale IBF dei superwelter entro 6 mesi ( cioè il 24 Settembre prossimo ) il titolo gli verrà tolto d'ufficio e altri manager potranno organizzare con la cintura vacante. Questi meccanismi hanno dato vita ad un valzer di cinture che hanno visto alternarsi i nostri pugili come NEW ENTRY delle classifiche mondiali per poi uscirne nel semestre successivo. NON E' COSI' CHE LA BOXE PUO' ANDARE AVANTI. Di sicuro spartendosi le varie opzioni di conquista di un titolo vacante, senza mai sfidare il campione in carica, benché oltre al rischio sportivo presenti un "mancato guadagno" fa comportare in questo modo i nostri manager ( ed è questa la stranezza visto che un match contro il campione in carica dovrebbe presentare maggiore interesse ).

 

E' giusto che i promoter massimizzino i loro introiti ( fa parte della loro lecita attività ) ma è assurdo che per farlo finiscano per danneggiare lo spettacolo sportivo. Di certo qualcosa in questo senso va rivisto e riorganizzato, ma è un problema della boxe in generale.

 

Ancora più assurdo è che si confonda la figura del manager con quella del promoter ma in Italia funziona male anche se NON DOVREBBE.

 

3) Un giornalismo incapace di "cogliere" i criteri viziati dell'accesso ai titoli per le difese volontarie e non solo.

Su questo particolare tema Bottai denuncia la mancata presenza nell'ambiente di un "vero giornalismo" capace di prevedere e denunciare le varie "magagne" nascoste nel professionismo.

E benché concordi sul fatto che l'attenzione dei media sia quasi totalmente assente, sul fatto che l'attività garantista debba ricadere su chi si occupa di raccontare la boxe mi dissocio personalmente.

Nel senso che è vero che ormai la boxe nel nostro paese viene raccontata prevalentemente su internet e da degli "hobbisti" o "appassionati" (ne son rimasti pochi comunque), non sempre obbiettivi, ma è altrettanto vero che non si può stare dentro un sistema complesso e politicizzato come quelle delle federazioni pugilistiche italiane senza esserne direttamente coinvolti. Da appassionati o giornalisti si finirebbe per OCCUPARE DELLE SEDIE, che spesso hanno il potere di distogliere le persone da quello che accade sul ring.

Se il sistema non funziona, che sia chi ne ha parte a farlo presente. Come in questo caso e in tanti altri a dire il vero, ma se tutti i protagonisti tacciono, chi racconta le loro gesta non può certo parlare per loro.

 

Tra l'altro all'appassionato medio di cosa pensi il presidente federale o di quale sia la sua politica interessa davvero poco. Ancora meno forse di come si arrivi a decidere chi deve disputare tale match e chi no, se perché affiliato a questa o a quell'altra scuderia. Da queste figure ci si aspetta che venga garantita l'equità dei trattamenti e che facciano in modo che lo spettacolo continui nel migliore dei modi. Nient'altro.

Non credo si possa pretendere a CHI RACCONTA LA BOXE o si sforza di farlo una qualsiasi attività di GARANZIA, se non appunto quella sportiva.

Noi di certo siamo talmente lontani dall'interessarci dei "movimenti" interni alla Federazione e le sue branche professionistiche che ci limitiamo a proporvi quanto esse dicono o propongono.

 Convinti che tali istituzioni dovrebbero essere NEUTRE. Evidentemente per più di qualcuno non lo sono, ma entrare nel merito non spetta a noi.


 

E allora perché continuare ad appassionarsi di boxe e cercare di tenerla viva, sperando che pugili come Bottai ritornino sui loro passi e possano ancora offrirci spettacolo sul ring?

Perché proseguire ad interessarsi di uno sport "povero" e pieno zeppo di controversie? Alla fine sembra non ci guadagnino manco gli stessi protagonisti.

 

Ecco che il pugile in questione ha fornito nell'intervista a SENZASOSTE  la miglior risposta possibile...

 

STRALCIO da www.senzasoste.it

E allora perché amare la boxe con tutte queste controversie?
Le controversie fanno parte dell'uomo e delle situazioni che crea specialmente quando sono anche vincolate agli interessi, magari basterebbe capirle e tenerle sotto tiro, come potrebbe avvenire nel calcio. Ma come detto la boxe in Italia è poco seguita e forse, c'è chi sguazza nel buio in certi casi. Poi, al di la di tutte queste valutazioni diciamo tecniche ed etiche, non si può ingannare a lungo, alla fine il ring dice sempre come stanno le cose.
Sul ring ed in palestra, si consuma la disciplina più affascinante ed onesta del mondo e queste burocrazie non impediscono di regalare e vivere emozioni vere a giochi fatti. Poi provengono da fuori, nei meccanismi, ma sul ring difficilmente si rischia di vedere cose ignobili come le partite fatte. I pugili scelgono questo sport perché hanno qualcosa dentro, e si vede.

La frase in evidenza è lo stesso motivo per il quale chi scrive di boxe continua a farlo nonostante tutto.

Concludo augurando un felice prosieguo di carriera se non come pugile come insegnante di pugilato, al suddetto Lenny "Mangusta" Bottai. Anche se credo e spero che possa rimandare questo ritiro.

La senzazione è che molti lo abbiano fatto in silenzio magari pensando le stesse cose.

 

 

 L'intervista completa è consultabile sul link sottostante.

 

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