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Barry McGuigan. Campione, eroe e maestro di vita

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Scritto da Rugantino Marcantoni
venerdì, 30 ottobre 2015

Pochi pugili possono essere considerati oltre che campioni dei veri e propri eroi, capaci di riunire un intero popolo diviso da fedi religiose ed idee politiche completamente contrastanti. Barry McGuigan appartiene a questa ristrettissima categoria.
 

Barry McGuigan era nato il 28 febbraio 1961 a Clones,  una cittadina al confine tra l’Irlanda del Nord e l’Eire ma la sua famiglia si trasferì a Belfast dove il padre e la madre gestivano una drogheria.

McGuigan iniziò a faticare il pugilato molto presto, alla Holy Family Gym, e la passione per questo sport divenne con il tempo sempre più forte, addirittura travolgente.
 

A soli diciassette anni fu campione del Commonwealth e dopo un’ottima carriera dilettantistica si decise a passare al professionismo grazie a Barney Eastwood, un uomo molto facoltoso che aveva deciso di scommettere su di lui.

E tale scommessa fu ben ripagata. Nel 1983 Barry vinse il titolo britannico. Prima di lui nessun irlandese era riuscito a raggiungere tale impresa.
 

Non mancarono, però, i momenti bui come quello che accadde sul ring del World Sporting Club di Londra il 14 giugno 1982.

Barry doveva affrontare un pugile nigeriano di nome Young Ali.

Alla sesta ripresa, un terribile destro dell’irlandese aveva fatto cadere al tappeto l’avversario che dopo cinque mesi di coma morì in un ospedale della megalopoli britannica.

Dopo quella sera McGuigan cadde nella più profonda disperazione. Da uomo sensibile qual’è non riusciva a darsi pace per quello che era accaduto al suo avversario.

Continuava a pensare ad Ali ogni giorno cercando di interessarsi della moglie e del figlio che erano rimasti soli.

Aveva pensato seriamente al ritiro ma, all’età di 21 anni, con pochi soldi e la moglie incinta si era convinto che l’unica strada da intraprendere era continuare con la boxe. Il pugilato del resto era l’unica cosa che sapeva fare.

Vinse il titolo britannico dei pesi piuma, poi fu campione europeo di categoria battendo per KO Valerio Nati e difendendolo altre tre volte vincendo prima del limite. 

Ma nonostante i nuovi successi, lui puntava ancora più in alto. Young Ali era sempre nei suoi pensieri e si era posto l’obiettivo di vincere il mondiale e la sera che ci fosse riuscito avrebbe dedicato il titolo allo sfortunato avversario.    

E quella sera venne presto, l’8 maggio del 1985.
 

Lo stadio del Queens Park Rangers era stracolmo: ci saranno stati almeno 30.000 irlandesi scatenati e carichi di birra già dalle prime ore del mattino.

L’attesa per quel match era spasmodica, in tutta l’isola verde smeraldo non si parlava d’altro per intere settimane. 

L’avversario di Barry McGuigan quella sera si chiamava Eusebio Pedroza, una leggenda del pugilato, uno dei più forti pesi piuma di tutti i tempi.

Il panamense aveva vinto il titolo mondiale WBA nel 1978 e da allora lo aveva difeso ben 19 volte, una impresa che non era mai riuscita a nessun altro.

Pedroza veniva da una famiglia di grandi pugili: Rafael, suo cugino, era il campione WBC dei super mosca.

In carriera aveva battuto autentici mostri sacri come Rocky Lockridge, Bernard Taylor, Juan Laporte, Carlos Pinango, Ruben Olivares, Royal Kobayashi e Cecilio Lastra.

Insomma Eusebio Pedroza era un’avversario duro, durissimo, il peggior avversario che poteva capitare a Barry.

Prima dell’incontro, Pat, il padre di Barry, aveva cantato una antica ballata popolare irlandese, “Danny Boy”, un canto che riusciva a mettere d’accordo tutti gli irlandesi, sia protestanti che cattolici, proprio come il loro idolo McGuigan che, pur essendo cattolico, non si era mai schierato contro i protestanti.

In quel momento, di altissimo contenuto emotivo, ogni irlandese ha smesso di pensare a se stesso come protestante o cattolico, perché quello che contava era solo che Barry vincesse il campionato mondiale di pugilato, cosa di cui l’intera Irlanda sarebbe andata fiera.  

Allo stadio del Queens Park Rangers la folla di irlandesi urlava senza sosta: Barry! Barry! Barry!

E Barry fece un capolavoro. Da attaccante puro, nonostante Pedroza tentasse di boxare dalla lunga distanza, McGuigan non faceva un passo indietro, continuava a pressare il campione che, colpito da un diretto destro da manuale, cadeva al tappeto travolto anche dal boato del pubblico.

Pedroza, da pugile leggendario, si rialzava e continuava a combattere ma il titolo lo aveva perso. Al termine dell’incontro la lettura dei cartellini decretava la vittoria schiacciante di McGuigan su Pedroza: 148-138, 147-140, 149-139.

Fu un trionfo. La gente impazzita dalla gioia, ballava, cantava, inneggiava a Barry, idolo ed eroe.
 

Il delirio continuò anche quando McGuigan fece ritorno nella sua Belfast: all’aeroporto lo attendevano quasi 100.000 persone e altrettante lo festeggiarono lungo le strade della capitale dell’Irlanda del Nord.

Per metterlo al riparo da pericoli di rapimento (erano circolate voci che i repubblicani volevano rapirlo) la polizia lo tenne per un lungo periodo sotto scorta ma lui non smise neppure un attimo di amare il suo paese e di promuoverne la pace.

Poi la situazione si stabilizzò e Barry poté continuare a dedicarsi a pieno ritmo al pugilato. 

Difese il titolo contro Bernard Taylor e Danilo Cabrera ma il 23 giugno 1986 sul ring del Caesar Palace di Las Vegas perse il titolo dal texano Steve Cruz.

Il match era stato dominato per larga parte da McGuigan ma nelle ultime tre riprese, una caviglia mal messa ed un’infezione all’orecchio determinarono un drastico calo: venne atterrato due volte e i giudici assegnarono la vittoria, di strettissima misura, allo sfidante.

Barry tornò ancora sul ring  altre quattro volte ma dopo che il suo manager, Eastwood, lo abbandonò (addirittura gli fece causa per calunnie e il giudice condannò Barry a pagargli ben 450.000 sterline!), decise di ritirarsi a soli 28 anni. 
 

Oggi Barry McGuigan è un manager e promoter di successo. E’ lui il deus ex machina  della Cyclone Promotions (un omaggio al suo nickname: quando combatteva lo chiamavano “Clones Cyclone”) che dirige la carriera di pugili dal grande futuro oltre a quella del nuovo fuoriclasse di Belfast, Carl Frampton.

Non solo. Barry ha messo su una palestra a Londra, zona Battersea, e chi scrive, lo scorso maggio (alla vigilia dell’incontro tra Mitchell e Linares e tra Selby e Gradovich), è andato a trovarlo.

Sono rimasto sorpreso dalla sua umiltà e dalla sua disponibilità. Mi ha fatto conoscere i suoi pupilli e si è addirittura scusato per non potermi presentare Carl Frampton in quel momento fuori città.

Mi ha offerto un pranzo spiegandomi in modo molto confidenziale i motivi per cui l’accordo per un match tra Frampton e Quigg non era andato in porto e i programmi futuri di Frampton: “andrà a combattere in USA, vogliamo che abbia grande visibilità perché puntiamo ad un match contro Santa Cruz. Ci pensi, Ruga, cosa vuol dire, in USA, un match tra un irlandese e un messicano? Gli americani impazzirebbero. La zona est degli USA è in prevalenza di origine irlandese mentre quella ovest è in prevalenza messicana. Sarebbe un incontro pazzesco!” 

Io annuivo, letteralmente rapito dalle sue parole e dal suo carisma. Mi sembrava di parlare con una persona che conoscevo da sempre!

Abbiamo parlato delle ultime star del pugilato britannico: “Lee Selby batterà senza problemi Gradovich. Ha troppa classe. Mitchell? E’ fortissimo ma sarà un duro match contro Linares. Non credo che vincerà. (pronostici azzimatissimi!) Joshua? E’ destinato a diventare campione del mondo. Ha classe da vendere. Quanto a potenza non è secondo a nessuno ma deve tenere il mento più protetto altrimenti con avversari più scaltri potrebbe essere facilmente colpito”.               

Poi mi ha parlato della sua palestra: “ti chiederai perché ho voluto la palestra in questa zona, Ruga. In genere le palestre di pugilato vengono allestite nei quartieri più duri delle città, io ho scelto, invece, un quartiere ricco perché voglio che la mia palestra venga frequentata anche da chi esce da un ufficio e vuole scaricare i nervi. Il pugilato deve uscire dalla nomea di sport riservato ai poveri. E’ uno sport per tutti, senza distinzione di classe sociale. I costi per mantenere questa palestra sono molto alti ma io tengo duro perché ci credo”. 


Dopo siamo tornati alla palestra e mi ha fatto conoscere i suoi pugili (Marco McCullough, Conrad Cummings, Anthony Cacace, Josh Taylor & Josh Pritchard) e suo figlio, Shane, che è un ottimo preparatore atletico (basta vedere la forma fisica raggiunta da Carl Frampton per rendersene conto).

Ho avvertito che avevo di fronte un uomo speciale. Un uomo che è stato colpito da gravi tragedie.

Nel 1987 perse il padre che aveva appena 52 anni.

Sua figlia primogenita, Danika, ad appena un anno e mezzo di vita venne diagnosticata la leucemia.

Sua madre, Kathy si era ammalata di depressione e si era uccisa. 

Nel 1994 aveva perso Dermot, uno dei suoi otto fratelli, che si era suicidato a soli 34 anni. 

Barry era molto legato a Dermot, era stato lui a trasmettergli la passione per il pugilato ed era sempre al suo angolo, anche la notte del trionfo contro Pedroza.  

Nonostante tutti questi fatti atroci Barry riesce a regalare sempre un sorriso, trasmette serenità e sicurezza al suo interlocutore. E’ una persona simpatica, dotata di una forza immensa. 

 

Quell’incontro mi rimarrà sempre nel cuore: Barry McGuigan eroe, campione e maestro di vita. 
(foto boxrec.com) 

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domenica, 26 febbraio 2017
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