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Leletto, il pugile massacrato ad Auschwitz

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Scritto da Leonardo Pisani
giovedì, 28 gennaio 2016

Lo chiamavano Leletto ma il suo vero nome era Leone; ed un leone era sul ring dove combatteva con ardore contro chiunque, contro i migliori. Leone Efrati era di Roma, frequentava l'’Audace e si diede al professionismo appena ventenne per far soldi ed aiutare la famiglia.

 

Ben presto si fece conoscere battendo Gino Cattaneo che poì diventò campione Europeo dei pesi Gallo; poi fu di scena in Francia e poi negli Stati Uniti dove combattè contro i più forti pesi piuma del momento, tanto da essere inserito al numero 10 delle classifiche mondiali disputando il mondiale contro il forte Leo Rodack: Efrati perse, –se perse, –di misura. Era il 1939; la federazione americana propose ad Efrati di rimanere negli USA con un salvacondotto: il suo manager Frank Donati voleva fargli prendere la cittadinanza statunitense. Ebbene sì, Leletto era romano verace ma anche ebreo. Decise di ritornare in Italia per stare assieme alla famiglia in quel periodo terribile per gli ebrei con le prime leggi razziali già in vigore. In un primo momento fu tesserato dalla Federazione Pugilistica Italiana ma non lo fecero mai combattere, anzi alcuni dirigenti lo segnalarono come ebreo alla polizia. Leletto poi fu vittima di un rastrellamento nazista e deportato ad Auschwitz, nel campo di concentramento e sterminio di Birkenau assieme all'’amato fratello.

 

Lì iniziò una nuova "carriera pugilistica", per divertimento degli aguzzini che lo facevano combattere con altri pugili prigionieri o con tedeschi di qualunque peso: welter , medi o anche massimi. I combattimenti si svolgevano in uno spiazzale e per l'’ebraico la vittoria significava un tozzo di pane in più mentre la sconfitta poteva significare la morte per percosse o la camera a gas. Ma Leletto era un grande pugile, anche se denutrito; pur ridotto quasi ad una larva umana era pur sempre un LEONE e vinceva, vinceva grazie alla tecnica e grazie allo spirito di sopravvivenza.  

 

Un giorno venne a sapere che alcuni kapò avevano pestato a sangue suo fratello; infuriato li affrontò e li malmenò tempestandoli di pugni, incurante della loro superiorità numerica e delle conseguenze. Fu subito denunciato alle SS del campo che lo picchiarono con i calci di fucile e i manganelli fino a renderlo un ammasso di carne e ossa rotte. Il suo destino era segnato: incapace anche di camminare, il giorno dopo non superò la selezione e fu portato di peso in una camera a gas. Era il 16 aprile 1944, Leletto aveva solo 28 anni. 

 

Dalle Luci di Chicago e dei ring dell'Illinois all'orrore della polacca Oswiecim (resa "Auschwitz" dai tedeschi); dall'amata Roma e dalla sua sinagoga, all'infame Shoah. 

Lelletto fu ucciso: fu massacrato, gassato e bruciato divenendo un nero fumo nel cielo di Auschwitz. Ma non fu sconfitto dalle SS; non fu reso cenere da buttare come voleva la follia Nazista. Al contrario, divenne immortale nella memoria dei posteri. 

Come immortale sarà il ricordo di tutti coloro che terminarono la propria esistenza in un lager, compresi quei tanti senza volto e senza nome, fossero essi ebrei, slavi, omosessuali, zingari, disabili, prigionieri politici, portatori di disagi mentali o chiunque altro fu vittima della barbarie hitleriana.


Tratto da: http://leonardopisani.blogspot.it   

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