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Ray Arcel, il Socrate della boxe

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Scritto da Leonardo Pisani
mercoledì, 30 marzo 2016

Inizò a boxare  nel 1914; all'epoca il campione mondiale dei pesi massimi era Jess Willard e da allora Ray Arcel non smise mai di seguire la noble art: divenne anzi il maestro dei maestri del pugilato. Sapeva di non poter diventare un grande pugile e scelse la strada dell'’uomo d'’angolo iniziando a lavorare con Dai Dollings e Frank "Doc" Bagley.

 

Bagley, che una volta aveva gestito Gene Tunney ed era nel suo angolo nel 1922 quando perse contro  Harry Greb, insegnò a Ray l'arte di essere un "cutman", ovvero a curare le ferite.

Dollings, un gallese che aveva lavorato con Harry Wills, Johnny Genaro, Jack Britton, Johnny Dundee e Ted Kid Lewis, gli insegnò che ogni combattente era un individuo a sè stante e doveva essere addestrato in base alle sue caratteristiche e alla sua personalità; quella lezione non la dimenticò mai. Era anche un uomo molto umile; “diceva che fosse facile fare l’'allenatore di Benny Leonard o Barney Ross: "Fanno tutto loro; a talenti naturali del genere non hai da insegnare quasi nulla”." Per lui il “senso del ring” era un dono di Dio, un’'arte come la pittura e la scultura; "l'’arte del ring vien fuori da un pugile come un'opera letteraria sgorga da uno scrittore".

 

Era un uomo gentile: dicevano di lui che fosse l'’unico a usare espressioni come "Buonasera Madame" o "Grazie Milady" rivolgendosi a prostitute in un bordello e non accettava mai compromessi. Litigò con i boss della mala del pugilato Carbo e Norris e una sera del settembre del '53 a Boston fu colpito con tubo di piombo in testa. Non morì per puro caso ma andò in coma e vi restò per 19 giorni,. Ciononostante, non si piegò mai. 

 

Gentile e determinato, amava visceralmente la boxe. Per quanto la tecnologia facesse passi da gigante e vi fossero nuove scoperte anche in campo medico, un pugile per lui andava allenato in base a criteri immutabili nel tempo, da adeguare soltanto alle caratteristiche fisiche e mentali dell'atleta. "Non sono un allenatore, sono un maestro" ripeteva sempre; si può quasi dire che usasse la “paideia” greca applicata al pugilato: un metodo socratico incentrato sul dialogo e finalizzato a far emergere il talento. Era tuttavia convinto del fatto che un grande pugile potesse venir fuori solo dai sacrifici e dalla fame e che il grande business avrebbe avvelenato la boxe come stava avvelenando il mondo. "Il denaro è la malattia del mondo", ripeteva sempre.

 

Per questo amava l’'ex vagabondo Jack Dempsey; per lui Jack era una magia del Ring. Era una tigre, non un uomo. “"Il Dempsey del 1919 avrebbe ammazzato Joe Louis", sosteneva, –"lo avrebbe messo KO in una ripresa"”. Altre volte affermava che Benny Leonard fosse il miglior pugile che abbia mai calcato un ring; lo riteneva più completo persino di Sugar Ray Robinson, giudicandolo più versatile essendo capace di affrontare chiunque cambiando strategia in base alle caratteristiche dell’'avversario. Benny Leonard incarnava l'unione perfetta tra mente e fisico, ma con più mente che fisico. Nessun pugile aveva creato capolavori come lui. “Era un quadro: un'autentica opera d’'arte tra le sedici corde”.

 

Arcel iniziò a soli 23 anni ad allenare un campione del mondo: era il 1923 quando iniziò ad occuparsi di Frankie Genaro. Poi allenò i campioni del mondo Henry Armstrong, Max Baer, Jackie Kid Berg, Maxie Berger, James J. Braddock, Lou Brouillard, Georges Carpentier, Ezzard Charles, Roberto Duran, Sixto Escobar, Jackie Fields, Alfonso Frazer, Ceferino Garcia, Kid Gavilan, Larry Holmes, Benny Leonard, Al McCoy, Bob Olin, Charley Phil Rosenberg, Maxie Rosenbloom, Barney Ross, Billy Soose, Freddie Steele, Teddy Yarosz e Tony Zale. Ed ancora allenò Buddy Baer, Joe Baksi, Nick Barone, Jimmy Bivins, Jorge Brescia, Cesar Brion, Al Ettore, Sammy Farber, Abe Goldstein, Harold Green, Sonny Horne, Danny Kapilow, Leo Lomski, Nathan Mann, Tony Marino, Charley Massera, Lee Oma, Lou Nova, Johnny Paychek, Tony Pellone, Paulino Uzcudun e Benny Valger.

 

Stiamo dunque parlando di una leggenda della boxe, del maestro dei maestri, dell'’allenatore di oltre 2000 pugili. Seguì ben 14 sfidanti di Joe Louis, tanto che una volta prima di un incontro valido per il titolo mondiale il grande Louis lo guardò ed esclamò incredulo: "Ancora tu!"”… 

 

Ray Arcel nacque a Terre Haute, nell'’Indiana, il 30 agosto del 1899 ma crebbe ad Harlem e studiò alla Stuyvesant High School conseguendo il diploma nel 1917. Visse attivamente la boxe a partire dal 1914; poi negli anni venti ne fece la sua professione, allenando pugili alla Stillman's Gym che era situata vicino alla vecchia sede del Madison Square Garden, nell'Ottava Strada.

 

Per circa 20 anni, dopo l’'aggressione subita, non spaventato ma nauseato dal crescente business “sporco” nella boxe e disgustato dalla mafia imperante, non volle più stare all’'angolo di nessuno. Poi ci ripensò negli anni '70 prendendosi cura di Alfonso Frazer e di Roberto Dura. La sua ultima fatica fu all'’angolo di Larry Holmes, quando The Easton Assassin distrusse Gerry Cooney: era l’'11 giugno del 1982 e Arcel aveva ben 83 anni. Poi si ritirò. 

 

Fu un vero gentiluomo del ring, colto e garbato. Amava tutti i suoi pugili, soprattutto quelli in grado di anteporre l'’intelligenza alla forza bruta. Fu lui a scoprire il talento di Ezzard Charles quando ancora era un giovane peso medio: fu il suo unico pugile a battere Louis. Ray era infatti all'angolo del Cobra di Cincinnati quando quest'ultimo sconfisse il vecchio Louis spegnendo le sue velleità di riconquistare il mondiale dei massimi nel 1950. 

Ray Arcel si è spento il 6 marzo del 1994.

Nel film del 2016 "Hands of Stone" di Jonathan Jakubowicz, basato sulla vita di Roberto Duran, è stato interpretato dal grande Robert De Niro.


Tratto da: http://leonardopisani.blogspot.it  

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